E’ una presenza Inca nel centro di Roma, quella
di Poncho Ariaz. Dico proprio anzitutto fisicamente,
insomma di persona. Lo ho incrociato spesso negli anni,
assorto e misterioso. Lo vedo sovente transitare di
fronte al mio studio gremito di carte e libri, che è
nei medesimi locali dove Poncho nel 1980 ha tenuto la
sua quarta personale romana, allora soltanto di scultura,
con in catalogo un viatico di Fazzini e di Bellonzi.
Deve essersi stabilito a Roma intorno al 1974, capitatovi
all’Accademia di Belle Arti (che io avevo lasciato
da un anno) proprio per perfezionarsi presso Fazzini,
dopo essersi formato nella Escuela Nacional Superior
Autonoma de Bellas Artes di Lima. E infatti nel 1974
aveva esposto per la prima volta, in personale, in Italia
e a Roma, con un avallo del suo stesso mentore plastico
romano.
E’
misterioso appunto e remoto il personaggio, altrettanto
che le sue immagini plastiche di allora e di oggi. Le
quali coniugano una sintesi occidentale, di lontana
eco cubista e postcubista, e un’eredità
di sintesi plastica simbolica incarica. E ci attendono
come segnali di un altrove magico, quasi come degli
agguati emotivi d’un mondo d’energia primaria
antica. Ove l’immagine si fa subito simbolo vincolante.
In realtà Poncho racconta, figura, ma trasferendo
in una dimensione diversa, archetipa, così che
il quotidiano si fa come un richiamo antropologico fuori
del tempo, del tempo storico, del vissuto e della cronaca.
Forse è il suo intimo dramma, che egli vive tuttavia
proficuamente entro la discrasia di una città
antica, e nel suo centro storico, traversato tuttavia
di improvvisa modernità e di attualismo, immerso
nello smog della meccanizzazione selvaggia. E là
cova un proprio sogno di dialogo con la sua terra, che
non è quella occidentalizzata iberica, ma anzi
che dalla cultura e politica imperialista occidentale
ha avuto soltanto rovina e morte.
La
sua scultura è fortemente d’istinto plastica,
bloccata in una fiducia antica della presenza iconica
accorpata e intensamente evocativa. Già nel 1974
Fazzini parlava di “architetture espressive, di
simboli, sempre umani, nella tradizione del suo paese,
sapendoli assommare in forme organiche che poi sotto
angolature diverse si moltiplicano in espressioni sempre
variate nel senso piuttosto drammatico che ci lega da
millenni all’infinito che Ariaz fa rivivere oggi
con suo sconsolato senso poetico e con la sua spiccata
personalità”.
Ma Ariaz non è un revivalista di scultura incaica,
per noi un anacronista esotico. Il suo itinerario passa
per la cultura occidentale, s’è visto,
ma entro il linguaggio che vi ha appreso egli intende
risarcire una qualità plastica dell’immagine
capace di dialogare con la tradizione della sua terra,
con quel patrimonio di iconicità simbolica così
presenzialmente plastico e intensamente prensile nell’immaginario
emotivo.
Ma
Ariaz è ora anche pittore, in modi altrettanto
semplici di figurazione, in un cromatismo dispiegato
equivalente in qualche modo ai larghi piani delle sue
sculture. E tuttavia il nucleo portante delle sue proposte
pittoriche è sempre un’immagine, umana,
che anche in questo caso volge la quotidianità
in archetipi. E tuttavia più discorsivamente.
E non senza un certo grado anche d’ironia. Che
è poi quella di un uomo che viene da lontano,
stupefatto, confidente e diffidente al tempo stesso.
Che sa insomma dell’esistenza di una verità
più antica, alla quale non rinuncia, e che anzi
ricerca entro una gamma di umori fra l’ammiccante,
come soprattutto quando fa dipinti, e il severo monitorio,
soprattutto quando fa scultura.