“NUOVA GALLERIA INTERNAZIONALE”
Roma, 1992

E’ una presenza Inca nel centro di Roma, quella di Poncho Ariaz. Dico proprio anzitutto fisicamente, insomma di persona. Lo ho incrociato spesso negli anni, assorto e misterioso. Lo vedo sovente transitare di fronte al mio studio gremito di carte e libri, che è nei medesimi locali dove Poncho nel 1980 ha tenuto la sua quarta personale romana, allora soltanto di scultura, con in catalogo un viatico di Fazzini e di Bellonzi. Deve essersi stabilito a Roma intorno al 1974, capitatovi all’Accademia di Belle Arti (che io avevo lasciato da un anno) proprio per perfezionarsi presso Fazzini, dopo essersi formato nella Escuela Nacional Superior Autonoma de Bellas Artes di Lima. E infatti nel 1974 aveva esposto per la prima volta, in personale, in Italia e a Roma, con un avallo del suo stesso mentore plastico romano.

E’ misterioso appunto e remoto il personaggio, altrettanto che le sue immagini plastiche di allora e di oggi. Le quali coniugano una sintesi occidentale, di lontana eco cubista e postcubista, e un’eredità di sintesi plastica simbolica incarica. E ci attendono come segnali di un altrove magico, quasi come degli agguati emotivi d’un mondo d’energia primaria antica. Ove l’immagine si fa subito simbolo vincolante.
In realtà Poncho racconta, figura, ma trasferendo in una dimensione diversa, archetipa, così che il quotidiano si fa come un richiamo antropologico fuori del tempo, del tempo storico, del vissuto e della cronaca. Forse è il suo intimo dramma, che egli vive tuttavia proficuamente entro la discrasia di una città antica, e nel suo centro storico, traversato tuttavia di improvvisa modernità e di attualismo, immerso nello smog della meccanizzazione selvaggia. E là cova un proprio sogno di dialogo con la sua terra, che non è quella occidentalizzata iberica, ma anzi che dalla cultura e politica imperialista occidentale ha avuto soltanto rovina e morte.

La sua scultura è fortemente d’istinto plastica, bloccata in una fiducia antica della presenza iconica accorpata e intensamente evocativa. Già nel 1974 Fazzini parlava di “architetture espressive, di simboli, sempre umani, nella tradizione del suo paese, sapendoli assommare in forme organiche che poi sotto angolature diverse si moltiplicano in espressioni sempre variate nel senso piuttosto drammatico che ci lega da millenni all’infinito che Ariaz fa rivivere oggi con suo sconsolato senso poetico e con la sua spiccata personalità”.
Ma Ariaz non è un revivalista di scultura incaica, per noi un anacronista esotico. Il suo itinerario passa per la cultura occidentale, s’è visto, ma entro il linguaggio che vi ha appreso egli intende risarcire una qualità plastica dell’immagine capace di dialogare con la tradizione della sua terra, con quel patrimonio di iconicità simbolica così presenzialmente plastico e intensamente prensile nell’immaginario emotivo.

Ma Ariaz è ora anche pittore, in modi altrettanto semplici di figurazione, in un cromatismo dispiegato equivalente in qualche modo ai larghi piani delle sue sculture. E tuttavia il nucleo portante delle sue proposte pittoriche è sempre un’immagine, umana, che anche in questo caso volge la quotidianità in archetipi. E tuttavia più discorsivamente. E non senza un certo grado anche d’ironia. Che è poi quella di un uomo che viene da lontano, stupefatto, confidente e diffidente al tempo stesso. Che sa insomma dell’esistenza di una verità più antica, alla quale non rinuncia, e che anzi ricerca entro una gamma di umori fra l’ammiccante, come soprattutto quando fa dipinti, e il severo monitorio, soprattutto quando fa scultura.


Enrico Crispolti
(critico d’arte)